Una siciliana a Londra




08 LUGLIO - 6.30 PM

30 gradi. Ragazzi 30 gradi a Londra da un mese. È solo un anno che vivo qui, ma mi hanno detto che sono temperature mai viste in maniera così duratura. Forse ho portato un po' di sole dalla mia Sicilia. Le giornate in estate sono infinite. L'alba è presto e il tramonto tardi. Molto tardi. Considerate che fino a ieri sera sono uscita per fotografare in notturna, e non posso uscire prima delle 22.30 perché a quell'ora c'è ancora un po' di luce. Un'altra cosa che mi fa amare follemente Londra. Si, ieri sono stata a fotografe a Canary Wharf. Ormai sono di casa lì. Potrei muovermi anche ad occhi chiusi. Ero al centro della 'Piazza degli Orologi', come la chiamo io. Non bisogna essere scaltri per capire che la chiamo così perché è piena di orologi che dettano il tempo. Perché qui a Londra, tutti vanno di fretta. Qui tutto spacca il secondo. I bus, le underground, le persone. Vi parlerò anche di questo. Ma andiamo con ordine. Dicevo, mi trovavo al centro di questa piazza e mi sono un attimo fermata a pensare. Poco più di un anno fa ero a Caltagirone a guardare le foto di Canary Wharf con mia madre. I palazzi altissimi, tutto illuminatissimo, tutto pulitissimo. Sullo scorri mano di uno dei tanti ponti che ci sono lì, puoi anche mangiarci. Non scherzo. Non c'è un briciolo di polvere. Assurdo. Questa è la zona finanziaria di Londra. Quindi alle 19.00 vedi tutti gli uomini in giacca e cravatta e le donne con gonne e tacchi che fanno aperitivi nei locali sottostanti i palazzi. Tutto bello, fine e raffinato. La stessa immagine che, ovviamente, vidi l'anno scorso. L'indomani mi svegliai. Aprendo gli occhi, fissai gli armadi, il letto e la valigia. Era successo veramente. Non era un sogno. Mi alzai da quel letto con una carica che non avevo ormai da tanto, tanto tempo. Accompagnai G. a scuola, e poi subito passeggiata in zona per esplorarla ed iniziare a prendere confidenza con il luogo. Andai a Canary. Immaginate la scena. Io, piccola, spaesata che camminavo non sapendo dove stessi andando. E mi piaceva. Palazzi, palazzi ovunque. Scritte che giravano come se stessi a Wall Street. Modernità in ogni centimetro. Perfezione in ogni dove. Probabilmente se stai leggendo il mio blog e abiti a Milano ti verrà difficile capire quello che stavo provando. Perché sei abituato a questo. Ma io no. Io vengo da un paesino vecchio della Sicilia. Dove il palazzo più alto forse è a 5 piani (no scherzo, ce n'è uno solo di 11). Dove tutto è ancora indietro. Troppo indietro. Quindi per me, quello che stavo vedendo, era il paradiso. Mi sentivo come un alieno . Come se stessi in un altro mondo. Tolgo il se. Sono in un altro mondo. Che sento mio. Un anno fa mi sentivo piccolina, quasi indifesa. Ieri sera mi sono sentita grande ed incredula. Non potevo credere che dodici mesi prima ero a vedere quelle foto pazzesche su Google e ieri, invece, le stavo creando io. Probabilmente fra qualche mese, se cerchi 'Canary Wharf' in una delle tante pagine ti comparirà un mio lavoro. Quando una cosa ti sembra, lontana, irraggiungibile, forse, in fin dei conti, in realtà non lo è. Osservavo tutto. Che bella l'entrata della sua underground! Ci sono 5 scale mobili e sopra di esse un tetto trasparente a forma di cupola bellissima. La sua resa migliore ce l'ha la notte. Sapete perché. Non mi voglio ripetere. 

Frontalmente potete vedere un pezzo di DLR. Che cos'è? Vi dico solo che inizialmente io la chiamavo 'di elle erre'. La gente mi guardava malissimo. 'Di el ar' è la pronuncia. Inglese ovviamente. È un'underground che principalmente viaggia in alto all'esterno. Tranne rari passaggi sottoterra. È solo nella parte est di Londra. Io la preferisco a tutte le underground perché è arieggiata, pulita ed essendo fuori, vedi tutta Canary Wharf. Così, dopo una lunga passeggiata, presi un magazine e tornai a casa. Cosa feci? Subito, lezioni di inglese on line. Il mio inglese era quello scolastico ma ormai quasi tutto dimenticato. Dopo aver studiato un po', andai a prendere G. a scuola e tornammo a casa; adesso dover aiutare lei a studiare. Ci credete se vi dico che mi sembrò strano anche quello? I compiti in inglese, i libri in inglese. E soprattutto vedere come una bambina di 5 anni parla con un accento British che le invidierò per il resto della mia vita. Perché per quanto brava potrò diventare, quello non lo avrò mai. L'indomani era Sabato. No, sono particolari che non dimenticherò mai. Andammo a Victoria Park. Un parco gigantesco con un laghetto al centro. Papere, oche e anche le barchette potete trovare. La pulizia è una delle cose che mi lasciò allibita. Ma anche l'immensità dei prati verdi. E gli alberi in fiore. Fiori rosa. Invasa da questi alberi da sogno. Per rendere più reale quello che scrivo, vi allego le foto. Tutte scattate da me. 

Ero sull'Eden? Come? Quando era successo? Il sole era alto, caldo. A Londra? Tutti mi avevano sempre detto 'A Londra piove sempre! Il tempo è orribile!'. Io invece ero in paradiso. Anche se avesse piovuto, se ci fossero stati 10 gradi e ci fossero stati i corvi a gracchiare, io ero lo stesso in paradiso. Avevo una gonna rossa lunga. Ricordo anche questo. Erano passati pochissimi giorni ragazzi. Ma le cose che feci in quei giorni, neanche in 6 mesi a Caltagiorne. Altra cosa che mi fece rendere conto che stavo buttando la mia vita, la mia giovinezza lì. Io non disprezzo la città in cui sono nata e in cui sono cresciuta, semplicemente non mi piace. Dovete concedermelo. Non è un rinnegare le mie origini. Mai. Lì ero arrivata ad un punto in cui mi sentivo mancare l'aria. Ero estranea. Non avevo stimoli per la fotografia. Non avevo voglia di uscire. Neanche di prendere un caffè al bar. Giuro. Non è esagerazione. Mi viene quasi difficile scrivere queste cose solo perché adesso sono così felice che guardare il passato e la sua negatività mi rendere un po' triste. Ma poi ripenso a quanta strada ho fatto per conquistare questa felicità, e ringrazio me stessa per essermi presa cura. Di me. Tanti di voi mi contattano scrivendomi che hanno provato o stanno provando le stesse emozioni negative. E che non vedono l'ora di scappare via. È un passaggio che per quelli come noi va fatto. A volte invidio chi riesce a vivere nei paesini come Caltagirone. In cui non hanno tanto ma nonostante ciò sono felici. Non sentono la mancanza di niente. Noi invece non siamo così. Abbiamo bisogno di mischiarci ad altre culture e dalle culture conoscere le traduzioni, il cibo, i costumi. Conoscere la gente del mondo. Conoscere il mondo. Conoscere com'è la vita al di fuori delle quattro mura di casa. Respirare. Essere indipendenti. Essere cittadini del mondo. Progredire. Sviluppare quello che sappiamo fare e farlo arrivare ad un livello sempre superiore. Abbiamo bisogno di respirare odori nuovi. Di guardare sempre e comunque oltre. Abbiamo aperto le nostre ali. Abbiamo preso il volo. E il problema di quelli come me è uno solo: quelli come me indietro non tornano.

19 GIUGNO - 10.30 PM

Ed io che avevo iniziato a scrivere questo blog come se fosse un gioco. Non è stato qualcosa di studiato o su cui ho rimuginato sopra. Quella notte del 2 Giugno senza se e senza ma ho creato la sezione 'Blog' e ho iniziato a scrivere con la stessa musica che mi accompagna adesso. Ho postato la mia nuova idea su Instagram e, non ci crederete, i direct che ho letto in cui vi complimentavate con me mi hanno lasciata senza parole. Persone che si rispecchiano nelle mie parole. Persone che amano le mie parole. Persone che sentono l'influenza delle mie parole. E proprio di queste vi voglio parlare oggi. Ma andiamo per gradi. Per comprendere meglio il mio racconto ho bisogno di fare una fondamentale premessa: sono partita da Caltagirone per lavorare come aupair a Londra (per chi non lo sapesse, l'aupair è colei che vive nelle famiglie prendendosi cura del o dei figli, in cambio di vitto e alloggio). Detto questo possiamo continuare. Dov'ero rimasta? Ah, si! Ero appena scesa dal bus che mi portava da Stansted a Stratford. Mi guardavo intorno. Non credevo ai miei occhi. Erano le 2.30 del mattino. Così aspetto il papà di G. (G. è la bimba di cui dovevo prendermi cura). Arriva e, dopo le presentazioni ufficiali, saliamo su un Uber. Un Uber? E cos'è? Nel paesino in cui sono nata e cresciuta non esistono taxi. Gli unici che conoscevo erano quelli gialli nei film americani. Super eccitata, salgo. La guida al contrario! Il verso delle strade al contrario! Persino i semafori sono al contrario (l'arancione scatta dopo il rosso!). Ma non fu questo che mi mi shoccò. A farlo furono i palazzi altissimi ed illuminatissimi di Canary Wharf. Furono le luci lungo le vie. Fu l'emozione grandissima che stavo provando. Fu il mio sorriso. Tanto. Forse troppo che non sorridevo così. Non so se state capendo come mi sentivo. Immaginate una bambina (si, mi sentivo una bambina) nata e cresciuta in un posto opposto alla metropoli, dove non esistono taxi, non esistono palazzi così alti e moderni, dove tutto è indietro di 20 anni, catapultata in questa nuova realtà. Nuovo. Tutto, ogni singolo dettaglio per me era nuovo. Avevo le mani e la testa appoggiati al finestrino. E gli occhi. Gli occhi grandi come due lune piene. Piene di vita, finalmente. Arriviamo a casa alle 03.00 e nella confusione nel posare le valigie, la piccola G. si sveglia. Ero seduta al tavolo della cucina, che bevevo una camomilla con il papà di G. e gli occhi fissi, fissi sui palazzi di Canary Wharf. Per me era Manhattan. G. entra. Piccola, magrolina e bella. Stringeva il suo cuscino a forma di nuvoletta azzurra. Mi guarda e, assonnata, mi dice ''Ciao!''. Ricambio lo sguardo. Sorrido, con un sorriso più grande di quello che avevo già addosso e le dico ''Ciao piccolina! Io sono Serena!''. L'abbraccio e inizio ad uscire tutti i regali che avevo portato per lei. Felicissima, anzi felicissime, torniamo a letto. La mia stanza è bella. Ha un letto di una piazza e mezza, due armadi, un tavolo e una sedia. Apro la valigia, prendo il pigiama. Scrivo a mamma che era andato tutto bene. Chiudo gli occhi pensando che era impossibile quello che avevo appena vissuto. ''E' un sogno Serena. Domani ti sveglierai di nuovo a Caltagirone nel tuo letto''. Così, tra un pensiero e l'altro, crollo fra le braccia di Morfeo, incredula, ancora, di tutto. 
Chi mi segue su Instagram sa bene, anzi benissimo, come sto, come vivo e quanto sono felice qui a Londra. Non ci sarebbe neanche bisogno di dirlo a parole. Basta guardarmi bene negli occhi per capirlo. Racconto le mie storie quotidiane lì. I miei pensieri. Perché mi piace condividere con voi. All'inizio di questo capitolo vi ho scritto che vi avrei parlato di coloro che si sentono influenzati dalle mie parole. Premetto che sono stupita da me stessa e mi rendo conto, ancora, quanto sono potenti le parole. Parlo di me con voi. E voi di voi con me. Vi rivedete in me. Ed io questo non lo sapevo. Ora che lo so, peso, ancora più attentamente, le mie parole. Una ventina di giorni fa una mia amica mi ha chiamata, parlandomi di lei e della sua vita. Conclude il discorso con un ''voglio trasferirmi anch'io a Londra''. Forse è stato dopo che ha letto il mio blog o forse no. Forse sono state le mie influenze positive a farle prendere questa decisione. Non lo so. Posso solo dirvi che ha appena comprato il biglietto di solo andata per Londra. E non posso far altro che augurarle la stessa fortuna che ho avuto io. Proprio oggi pomeriggio è successa una cosa analoga. Un'altra ragazza che ho conosciuto per pochissimo tempo ma con la quale ho sempre piacere di sentirmi, mi ha scritto dicendomi di volere venire qui. Così l'ho chiamata e le ho messo davanti i pro e i contro di questa città (e da una che ama Londra follemente parlare dei contro è difficile). Cosa che ho fatto anche con l'altra mia amica. Quali sono i pro e i contro? I pro: lavoro a non finire. Divertimenti, tutti quelli che vuoi.  I trasporti spaccano il secondo. Milioni di posti nuovi da vedere ogni giorno. Gente da tutto il mondo. Libertà. E, per me che sono una fotografa, stimoli fotografici in ogni singolo angolo. I contro: costosa, Londra è costosissima. La solitudine. Ho fatto i conti con lei dopo alcuni avvenimenti che vi racconterò più in là. Ma posso finalmente dire di aver vinto. Sto bene sola. Forse troppo bene sola. Ed è per questo che non sto bene con chiunque. Non potete capire come sono selezionate le persone con cui sto. Tre dita di una mano bastano per contarle tutte. Ma a me sta bene, anzi benissimo così. Non mi perdo in discussioni inutili con gente che mi annoia dopo 5 minuti. Io ho bisogno di stimoli. E la gente è troppo persa in cose futili per accorgersene. Per questo sto bene sola. Passeggio con le cuffie con Ghemon, Mecna, Bassi Maestro e tutta la loro scuola nelle orecchie. Sorrido alla gente. Non guardo, ma osservo. Studio. E poi ritorno con la mia Nikon. Questa è la mia solitudine. Questa è la mia libertà. Chi ha intenzione di trasferirsi nelle grandi città, che sia Londra, Parigi o New York deve imparare a stare solo. Impara a stare bene con te stesso da solo. Bastati. Ti renderai conto che avrai bisogno sempre di meno cose per essere felice. 


02 Giugno 2018 - 01.00 am

E' l'una di notte qui a Londra, dovevo uscire per fotografare in notturna, ma ero troppo stanca per farlo. Ho posticipato il tutto di una sera sola. Così ho acceso il computer, ho messo della buona musica come sottofondo. Musica senza parole. Mi avrebbe confusa altrimenti.  Per il cervello mi balena l'idea di dar vita ad un mio blog personale. In tanti mi hanno detto di aprire un canale YouTube per dire quello che voglio dire qui, ma considero il blog come una cosa più ''intima'' fra me e voi. Quando, finita la giornata, vi trovate sul divano o sul vostro letto, rilassati, credo che preferiate leggere piuttosto che sentire. E poi a me è sempre piaciuto scrivere e leggere. Anzi, in realtà mi è sempre piaciuto rendervi partecipi di ciò che accade nella mia vita. Nel 2018 abbiamo una moltitudine di app che ci permettono di farlo, e se con questi strumenti, possiamo trasmettere emozioni, dare consigli o far conoscere la nostra arte, perché non farlo? Chi mi conosce  sa che già faccio tutto questo su Instagram, ma anche lì ciò che vuoi dire è limitato da secondi e da un numero massimo di caratteri. Qui è come se scrivessi sul mio 'diario segreto'. Io sono Serena, una siciliana, di Caltagirone, e da 1 anno e due mesi vivo a Londra. Perché Londra? Perché mi innamorai di lei 4 anni fa, quando venni qui per una vacanza. Così decisi di trasferirmi. Ma la prima volta non fu quella giusta. Non ero pronta, non era il mio momento. Ero sola, non conoscevo neanche una persona e, ovviamente, non conoscevo la lingua. Così tornai a casa e chiusi in un cassetto quell'esperienza. Pensando di aver sbagliato, cancellai tutto dalla mia testa. La mia vita a Caltagirone continuò. Se siete qui, sapete che sono una fotografa di moda e di pubblicità. Provai con tutte le forze che avevo in corpo a far decollare la mia carriera lì, provando ad introdurre questo tipo di fotografia nella mia piccola città. Ma mi accorsi che era troppo piccola per i miei sogni. Non avrebbe mai potuto darmi ciò che avevo in mente. Dopo aver investito l'ultimo granello della mia voglia e della mia forza di volontà, caddi. Furono mesi difficili. Non uscivo più di casa, non parlavo con nessuno. Vedevo tutto nero. Mi tremano le mani a scrivere questo. Poi, un giorno, chiamai la mia migliore amica che si trovava a Londra per un periodo. Mi chiese cosa stessi aspettando a raggiungerla. Chiusi la chiamata e pensai. Tanto. Cosa mi tratteneva lì ancora? Non avevo niente più da perdere. Avevo già perso tutto. ''Lo faccio'' mi dissi. Dopo averlo comunicato alla mia famiglia, prenotai il biglietto. 15 giorni prima della partenza non mangiavo più. Persi 2 kg. Mi tornò in mente la prima volta che provai a trasferirmi a Londra. E fu un fallimento. E se la storia si fosse ripetuta? Come, con quale faccia mi sarei presentata di nuovo? Ma le paure vanno affrontate. Comiso-Londra solo andata. Le lacrime all'aeroporto le salto. Era un volo notturno. Guardavo le luci della Sicilia che diventavano sempre più piccole, fino a scomparire nel buio più totale. Dove stavo andando? Cosa mi aspettava oltre quel buio? Decisi di non pensare più. Atterriamo. Rieccomi. Sento profumo di Londra. Non un profumo qualsiasi. Uno particolare, che sento sempre non appena metto piede nei suoi aeroporti. Superati i controlli, vado a prendere il National Express, direzione Stratford. Ore 2.30 del mattino, ero arrivata. Scendo. Mi giro. Mi guardo intorno. Ero a Londra. Sorrisi. Capì subito. In quel momento iniziava la mia nuova vita.