Una siciliana a Londra




19 GIUGNO - 10.30 PM

Ed io che avevo iniziato a scrivere questo blog come se fosse un gioco. Non è stato qualcosa di studiato o su cui ho rimuginato sopra. Quella notte del 2 Giugno senza se e senza ma ho creato la sezione 'Blog' e ho iniziato a scrivere con la stessa musica che mi accompagna adesso. Ho postato la mia nuova idea su Instagram e, non ci crederete, i direct che ho letto in cui vi complimentavate con me mi hanno lasciata senza parole. Persone che si rispecchiano nelle mie parole. Persone che amano le mie parole. Persone che sentono l'influenza delle mie parole. E proprio di queste vi voglio parlare oggi. Ma andiamo per gradi. Per comprendere meglio il mio racconto ho bisogno di fare una fondamentale premessa: sono partita da Caltagirone per lavorare come aupair a Londra (per chi non lo sapesse, l'aupair è colei che vive nelle famiglie prendendosi cura del o dei figli, in cambio di vitto e alloggio). Detto questo possiamo continuare. Dov'ero rimasta? Ah, si! Ero appena scesa dal bus che mi portava da Stansted a Stratford. Mi guardavo intorno. Non credevo ai miei occhi. Erano le 2.30 del mattino. Così aspetto il papà di G. (G. è la bimba di cui dovevo prendermi cura). Arriva e, dopo le presentazioni ufficiali, saliamo su un Uber. Un Uber? E cos'è? Nel paesino in cui sono nata e cresciuta non esistono taxi. Gli unici che conoscevo erano quelli gialli nei film americani. Super eccitata, salgo. La guida al contrario! Il verso delle strade al contrario! Persino i semafori sono al contrario (l'arancione scatta dopo il rosso!). Ma non fu questo che mi mi shoccò. A farlo furono i palazzi altissimi ed illuminatissimi di Canary Wharf. Furono le luci lungo le vie. Fu l'emozione grandissima che stavo provando. Fu il mio sorriso. Tanto. Forse troppo che non sorridevo così. Non so se state capendo come mi sentivo. Immaginate una bambina (si, mi sentivo una bambina) nata e cresciuta in un posto opposto alla metropoli, dove non esistono taxi, non esistono palazzi così alti e moderni, dove tutto è indietro di 20 anni, catapultata in questa nuova realtà. Nuovo. Tutto, ogni singolo dettaglio per me era nuovo. Avevo le mani e la testa appoggiati al finestrino. E gli occhi. Gli occhi grandi come due lune piene. Piene di vita, finalmente. Arriviamo a casa alle 03.00 e nella confusione nel posare le valigie, la piccola G. si sveglia. Ero seduta al tavolo della cucina, che bevevo una camomilla con il papà di G. e gli occhi fissi, fissi sui palazzi di Canary Wharf. Per me era Manhattan. G. entra. Piccola, magrolina e bella. Stringeva il suo cuscino a forma di nuvoletta azzurra. Mi guarda e, assonnata, mi dice ''Ciao!''. Ricambio lo sguardo. Sorrido, con un sorriso più grande di quello che avevo già addosso e le dico ''Ciao piccolina! Io sono Serena!''. L'abbraccio e inizio ad uscire tutti i regali che avevo portato per lei. Felicissima, anzi felicissime, torniamo a letto. La mia stanza è bella. Ha un letto di una piazza e mezza, due armadi, un tavolo e una sedia. Apro la valigia, prendo il pigiama. Scrivo a mamma che era andato tutto bene. Chiudo gli occhi pensando che era impossibile quello che avevo appena vissuto. ''E' un sogno Serena. Domani ti sveglierai di nuovo a Caltagirone nel tuo letto''. Così, tra un pensiero e l'altro, crollo fra le braccia di Morfeo, incredula, ancora, di tutto. 
Chi mi segue su Instagram sa bene, anzi benissimo, come sto, come vivo e quanto sono felice qui a Londra. Non ci sarebbe neanche bisogno di dirlo a parole. Basta guardarmi bene negli occhi per capirlo. Racconto le mie storie quotidiane lì. I miei pensieri. Perché mi piace condividere con voi. All'inizio di questo capitolo vi ho scritto che vi avrei parlato di coloro che si sentono influenzati dalle mie parole. Premetto che sono stupita da me stessa e mi rendo conto, ancora, quanto sono potenti le parole. Parlo di me con voi. E voi di voi con me. Vi rivedete in me. Ed io questo non lo sapevo. Ora che lo so, peso, ancora più attentamente, le mie parole. Una ventina di giorni fa una mia amica mi ha chiamata, parlandomi di lei e della sua vita. Conclude il discorso con un ''voglio trasferirmi anch'io a Londra''. Forse è stato dopo che ha letto il mio blog o forse no. Forse sono state le mie influenze positive a farle prendere questa decisione. Non lo so. Posso solo dirvi che ha appena comprato il biglietto di solo andata per Londra. E non posso far altro che augurarle la stessa fortuna che ho avuto io. Proprio oggi pomeriggio è successa una cosa analoga. Un'altra ragazza che ho conosciuto per pochissimo tempo ma con la quale ho sempre piacere di sentirmi, mi ha scritto dicendomi di volere venire qui. Così l'ho chiamata e le ho messo davanti i pro e i contro di questa città (e da una che ama Londra follemente parlare dei contro è difficile). Cosa che ho fatto anche con l'altra mia amica. Quali sono i pro e i contro? I pro: lavoro a non finire. Divertimenti, tutti quelli che vuoi.  I trasporti spaccano il secondo. Milioni di posti nuovi da vedere ogni giorno. Gente da tutto il mondo. Libertà. E, per me che sono una fotografa, stimoli fotografici in ogni singolo angolo. I contro: costosa, Londra è costosissima. La solitudine. Ho fatto i conti con lei dopo alcuni avvenimenti che vi racconterò più in là. Ma posso finalmente dire di aver vinto. Sto bene sola. Forse troppo bene sola. Ed è per questo che non sto bene con chiunque. Non potete capire come sono selezionate le persone con cui sto. Tre dita di una mano bastano per contarle tutte. Ma a me sta bene, anzi benissimo così. Non mi perdo in discussioni inutili con gente che mi annoia dopo 5 minuti. Io ho bisogno di stimoli. E la gente è troppo persa in cose futili per accorgersene. Per questo sto bene sola. Passeggio con le cuffie con Ghemon, Mecna, Bassi Maestro e tutta la loro scuola nelle orecchie. Sorrido alla gente. Non guardo, ma osservo. Studio. E poi ritorno con la mia Nikon. Questa è la mia solitudine. Questa è la mia libertà. Chi ha intenzione di trasferirsi nelle grandi città, che sia Londra, Parigi o New York deve imparare a stare solo. Impara a stare bene con te stesso da solo. Bastati. Ti renderai conto che avrai bisogno sempre di meno cose per essere felice. 


02 Giugno 2018 - 01.00 am

E' l'una di notte qui a Londra, dovevo uscire per fotografare in notturna, ma ero troppo stanca per farlo. Ho posticipato il tutto di una sera sola. Così ho acceso il computer, ho messo della buona musica come sottofondo. Musica senza parole. Mi avrebbe confusa altrimenti.  Per il cervello mi balena l'idea di dar vita ad un mio blog personale. In tanti mi hanno detto di aprire un canale YouTube per dire quello che voglio dire qui, ma considero il blog come una cosa più ''intima'' fra me e voi. Quando, finita la giornata, vi trovate sul divano o sul vostro letto, rilassati, credo che preferiate leggere piuttosto che sentire. E poi a me è sempre piaciuto scrivere e leggere. Anzi, in realtà mi è sempre piaciuto rendervi partecipi di ciò che accade nella mia vita. Nel 2018 abbiamo una moltitudine di app che ci permettono di farlo, e se con questi strumenti, possiamo trasmettere emozioni, dare consigli o far conoscere la nostra arte, perché non farlo? Chi mi conosce  sa che già faccio tutto questo su Instagram, ma anche lì ciò che vuoi dire è limitato da secondi e da un numero massimo di caratteri. Qui è come se scrivessi sul mio 'diario segreto'. Io sono Serena, una siciliana, di Caltagirone, e da 1 anno e due mesi vivo a Londra. Perché Londra? Perché mi innamorai di lei 4 anni fa, quando venni qui per una vacanza. Così decisi di trasferirmi. Ma la prima volta non fu quella giusta. Non ero pronta, non era il mio momento. Ero sola, non conoscevo neanche una persona e, ovviamente, non conoscevo la lingua. Così tornai a casa e chiusi in un cassetto quell'esperienza. Pensando di aver sbagliato, cancellai tutto dalla mia testa. La mia vita a Caltagirone continuò. Se siete qui, sapete che sono una fotografa di moda e di pubblicità. Provai con tutte le forze che avevo in corpo a far decollare la mia carriera lì, provando ad introdurre questo tipo di fotografia nella mia piccola città. Ma mi accorsi che era troppo piccola per i miei sogni. Non avrebbe mai potuto darmi ciò che avevo in mente. Dopo aver investito l'ultimo granello della mia voglia e della mia forza di volontà, caddi. Furono mesi difficili. Non uscivo più di casa, non parlavo con nessuno. Vedevo tutto nero. Mi tremano le mani a scrivere questo. Poi, un giorno, chiamai la mia migliore amica che si trovava a Londra per un periodo. Mi chiese cosa stessi aspettando a raggiungerla. Chiusi la chiamata e pensai. Tanto. Cosa mi tratteneva lì ancora? Non avevo niente più da perdere. Avevo già perso tutto. ''Lo faccio'' mi dissi. Dopo averlo comunicato alla mia famiglia, prenotai il biglietto. 15 giorni prima della partenza non mangiavo più. Persi 2 kg. Mi tornò in mente la prima volta che provai a trasferirmi a Londra. E fu un fallimento. E se la storia si fosse ripetuta? Come, con quale faccia mi sarei presentata di nuovo? Ma le paure vanno affrontate. Comiso-Londra solo andata. Le lacrime all'aeroporto le salto. Era un volo notturno. Guardavo le luci della Sicilia che diventavano sempre più piccole, fino a scomparire nel buio più totale. Dove stavo andando? Cosa mi aspettava oltre quel buio? Decisi di non pensare più. Atterriamo. Rieccomi. Sento profumo di Londra. Non un profumo qualsiasi. Uno particolare, che sento sempre non appena metto piede nei suoi aeroporti. Superati i controlli, vado a prendere il National Express, direzione Stratford. Ore 2.30 del mattino, ero arrivata. Scendo. Mi giro. Mi guardo intorno. Ero a Londra. Sorrisi. Capì subito. In quel momento iniziava la mia nuova vita.